Il Dipartimento di Riabilitazione Integrativa dell’An-ziano, nel suo ruolo di consulenza per gli altri Dpt scientifici della Fondazione Salvatore Maugeri per quanto attiene gli aspetti gerontologico-geriatrici nel corso del 2006 ha svolto le seguenti attività scientifica:
A1.0 Diagnostica
A1.1 Lo studio ha valutato l’applicabilità e la sicurezza di un algoritmo diagnostico per la definizione delle differenti cause di sincope nell’anziano. Si tratta di uno studio longitudinale multicentrico di tipo osservazionale realizzato in divisioni di geriatria per acuti ed in ambulatori geriatrici. Sono stati arruolati 242 pazienti (età ≥65 anni, media ± deviazione standard deviation 79±7, range 65-98) che venivano arruolati per la valutazione della transitoria perdita di coscienza ad uno dei 6 centri partecipanti. Di questi, 11 mostravano una condizione di sincope cerebro-vascolare (5 attacchi ischemici transitori, 6 crisi epilettiche) mentre 231 mostravano una sincope classica (età 65-74, n=71; età ≥75, n=160). Il protocollo utilizzato per definire l’eziologia della sincope deriva dalle linee guida della Società Europea di Cardiologia. L’utilizzo del protocollo non determinava nessuna complicazione. La sincope neuro-mediata era la forma più prevalente nella popolazione studiata (66.6%) mentre la causa cardiaca era presente solo nel 14.7% di tutti i casi. La sincope neuro-mediata (vasovagale, situazionale, e la sindrome del seno carotideo) era più frequente nei pazienti anziani con età inferiore (62.3% vs 36.2%; P=.001), quella ortostatica nei pazienti anziani con età più avanzata (30.5% vs 4.2%; P<.001) mentre solo nel 10.4% dei casi la sincope rimaneva di natura indeterminata. Dopo la valutazione iniziale la diagnosi era definitiva nel 40.1% dei casi mentre quella probabile era presente nel 57.9%. La sincope sospetta di origine cardiaca era confermata nel 43.7% dei casi mentre quella neuromediata era confermata nel 83.5% dei casi. Si conclude, pertanto, che il protocollo diagnostico della Società Europea di Cardiologia è applicabile in pazienti anziani con età anche superiore ai 90 anni riducendo la frequenza delle sincopi di natura indeterminata al 10%. Ungar A, Mussi C, Del Rosso A, Noro G, Abete P, Ghirelli L, Cellai T, Landi A, Salvioli G, Rengo F, Marchionni N, Masotti G; for the Italian Group for the Study of Syncope in the Elderly: Diagnosis and characteristics of syncope in older patients referred to geriatric departments. J Am Geriatr Soc 2006; 54: 1531-6.
A2.0 Cardioangiologia Riabilitativa nell’anziano
A2.1 Il recupero della frequenza cardiaca, definito come la caduta della frequenza cardiaca durante il 1° minuto al termine dell’esercizio fisico rappresenta un marker del tono vagale ed è un forte predittore di mortalità in pazienti con cardiopatia ischemica ed in pazienti anziani. Il presente studio ha valutato se l’esercizio fisico è in grado di modificare il recupero della frequenza cardiaca nel paziente anziano con infarto acuto del miocardio. Per tale motivo sono stati arruolati 268 pazienti anziani con infarto del miocardio (217 uomini, 51 donne), sotto-divisi in 2 gruppi: gruppo A (n=104) sottoposti ad esercizio fisico controllato e gruppo B (n=164), dimessi con istruzioni generiche di svolgere attività fisica. A livello basale ed a 3 mesi di follow-up tutti i pazienti del Gruppo A e 54/164 del Gruppo B furono sottoposti a test cardio-polmonare da sforzo mentre 110/164 del Gruppo B furono sottoposti a test da sforzo. Dopo il completamento del programma di training nel gruppo A si osservava un miglioramento del consumo di ossigeno al picco dell’esercizio (VO2 peak; da 14.7±1.3 a 17.6±1.9 mL/kg/min, p<.001), nella frequenza di incremento della ventilazione per unità di incremento della produzione di anidride carbonica (VE/VCO2slope; da 34.2±3.8 a 30.4±3.0, p<.001), e nel recupero della frequenza cardiaca (da 13.5±3.7 a 18.7±3.5 beats/min, p<.001). Le variazioni del picco del VO2 e dello slope VE/VCO2 dopo training erano correlati con il miglioramento del recupero della frequenza cardiaca (r=-0.865, p<.01; r=-0.594, p<0.01, respectively). Al contrario, nessuna modificazione fu osservata nel gruppo B. Si conclude che nel paziente anziano con infarto del miocardio il training fisico induce un miglioramento del recupero della frequenza cardiaca che ben si correla con il miglioramento dei parametri cardiopolmonari. Questi risultati potrebbero rappresentare un ulteriore spiegazione al meccanismo di protezione che il training fisico esercita nel paziente anziano con infarto del miocardio. Giallauria F, Lucci R, Pietrosante M, Gargiulo G, De Lorenzo A, D’Agostino M, Gerundo G, Abete P, Rengo F, Vigorito C.: Exercise-based cardiac rehabilitation improves heart rate recovery in elderly patients after acute myocardial infarction. J Gerontol A Biol Sci Med Sci 2006; 61: 713-7.
A2.2 Nei paesi occidentali l’invecchiamento della
popolazione ed il miglioramento della sopravvivenza
di pazienti con cardiopatia ischemica sono responsabili
dell’incrementato numero di pazienti (con età
≥65 anni) eleggibili per la riabilitazione cardiologica.
Il paziente anziano con cardiopatia ischemica rappresenta
una popolazione particolare con modificazioni
indotte dall’invecchiamento di per sé, dalle
modifiche dello stile di vita, dalla comorbilità, dal
deficit cognitivo e dall’elevato rischio di disabilità.
Sebbene l’anziano sia responsabile della maggior
parte delle ospedalizzazioni e della procedure coronariche
interventistiche gli studi sulla riabilitazione
cardiologica sono stati quasi tutti realizzati nei pazienti
adulti. Nell’animale invecchiato d’esperimento,
invece, il training fisico è in grado di migliorare
im parametri emodinamici ed i markers biologici.
Nel paziente anziano, inoltre, l’esercizio è in
grado di migliorare la capacità funzionale e di ridurre
il lavoro miocardico in maniera simile a quella
osservata nei pazienti adulti. Come per l’adulto
anche nel paziente anziano la riabilitazione cardiologia
richiede un approccio multidisciplinare che include
il trattamento del deficit cognitivo, dei fattori
di rischio, della comorbilità e degli aspeti psicosociali.
La riabilitazione cardiologica è sicura e utile
per i pazienti anziani con cardiopatia ischemica ed i
medici dovrebbero essere stimolati alla prescrizione
della riabilitazione cardiologica in pazienti anziani
con eventi coronarici maggiori ed interventi di rivasclarizzzazione
coronarica.
Ferrara N, Corbi G, Bosimini E, Cobelli F, Furgi G,
Giannuzzi P, Giordano A, Pedretti R, Scrutinio D,
Rengo F.: Cardiac rehabilitation in the elderly:
patient selection and outcomes. Am J Geriatr Cardiol
2006; 15: 22-7.
A2.3 La PTCA primaria è in grado di migliorare la
sopravvivenza nel pazienti anziani così come nell’adulto
rispetto alla trombolisi, anche se non riesce a
ridurre l’effetto sfavorevole indipendente indotto
dall’età sull’outcome. Poiché è stato dimostrato che
l’attività fisica (AF) svolge un ruolo chiave nel condizionamento
dell’outcome a breve termine in pazienti
anziani con infarto del miocardio, abbiamo
voluto valutare gli effetti protettivi dell’AF sulla prognosi
intraospedaliera ed a lungo termine in pazienti
anziani sottoposti a PTCA come strategia di
prima scelta per la rivascolarizzazione coronarica.
Sono stati valutati 256 pazienti con infarto acuto del
miocardio di età superiore ai 65 anni sottoposti a
PTCA primaria. La sola PTCA senza utilizzo di stent
è stata adottata nel 26% dei pazienti mentre il ricorso
all’impianto di endoprotesi coronariche è
stato necessario nel restante 74% della casistica.
L’attività fisica svolta dai pazienti nel periodo antecedente
l’episodio infartuale è stata determinata
con una scala di valutazione validata per l’anziano e
denominata “Physical Activity Scale for the Elderly
(PASE). Il punteggio PASE totale ottenuto consentiva
di stratificare la popolazione in quartili (0-40,
41-90, 91-110, >110) in relazione all’entità dell’AF
svolta. Gli end points dello studio erano: 1) Mortalità
intraospedaliera e ad un anno di follow-up; 2)
Eventi cardiaci avversi maggiori (MACE) rappresentati
da morte, reinfarto, e nuova rivascolarizzione
della lesione target. Non si sono rilevate differenze
nelle caratteristiche demografiche e cliniche tra i
gruppi di pazienti stratificati in base al punteggio
PASE. L’analisi di regressione secondo Kox ha mostrato
che l’attività fisica era un predittore indipendente
di mortalità intraospedaliera (OR: 0.982,95%
CI, 0.90-0.99, P<0.001), MACE intraospedalieri (OR:
0.962,95% CI, 0.91-0.98, p<0.001), e MACE a 12
mesi (OR: 1.011, 95% CI, 1.006-1.016, p<0.0001).
Conclusioni: l’attività fisica mostra un effetto protettivo
sulla mortalità a breve termine e sui MACE in
pazienti anziani con infarto miocardico trattati con
PTCA primaria. Questo effetto protettivo si mantiene
ad 1 anno per i MACE totali.
Furgi G, Rengo G, Piscione F, Galasso G, Longobardi
G, Cacciatore F, Leosco D, Rengo F: Ruolo protettivo
dell’esercizio fisico sugli outcomes intraospedalieri
e ad 1 anno in anziani sottoposti a PTCA primaria.
Monadi Arch Chest Dis 2006; 66: 180.
A2.4 Nei paesi industrializzati, con il progressivo
invecchiamento della popolazione, sempre più frequentemente pazienti anziani sono sottoposti ad interventi
di cardiochirurgia. Anche nei cardiopatici
ottuagenari, selezionati per sintomi severi e bassa
comorbilità extracardiaca, i risultati ottenuti a breve
e a medio termine sono soddisfacenti. Tuttavia è
possibile che le modificazioni demografiche dei pazienti
cardiochirurgici possano influenzare i percorsi
riabilitativi post-operatori. Rappresentando la
popolazione geriatrica cardio-operata un subset
particolarmente a rischio per disabilità è utile definire
le variabili che possano condizionare lo stato di
salute di tali soggetti. Lo scopo del lavoro è quello
di valutare il ruolo dell’età sul recupero funzionale,
sulla risposta eritropoietica e su alcune variabili
ematochimiche in pazienti cardio-operati sottoposti
a terapia riabilitativa in fase precoce. Sono stati selezionati
consecutivamente 80 soggetti, che entro
10±5 giorni dall’intervento cardiooperatorio erano
ammessi all’Unità Operativa di Cardiologia Riabilitativa
della Fondazione “Salvatore Maugeri”, IRCSS, di
Telese/Campoli. I pazienti sono stati suddivisi in 2
gruppi in base all’età: ≤64 e -65 anni. Tutti i pazienti
all’ammissione venivano sottoposti ad esami ematochimici
routinari, dosaggio dei livelli di eritropoietina
circolanti, ecocardiogramma e Walking test e poi indirizzati
ad un training riabilitativo. Il programma di
riabilitazione cardiologico, praticato per 6 giorni la
settimana consisteva in allenamento al cicloergometro
per la durata di 30 minuti, ginnastica respiratoria
ed incontri di educazione sanitaria, per una
durata media complessiva di 4 settimane. Tutti i
soggetti poi venivano sottoposti, all’atto della dimissione,
ad un walking test, al fine di valutare lo stato
funzionale post-riabilitativo. Dall’analisi dei dati i 2
gruppi non differivano per fattori di rischio (diabete
ed ipertensione, abitudine tabagica e dislipidemia),
tipo di operazione cardio-chirurgica a cui erano
stati sottoposti (by-pass aorto-coronarico, sostituzione
valvolare o entrambi) ed indice di comorbilità
di Charlson. Differenze significative, invece, si sono
ottenute per un più elevato indice di massa corporea
(BMI, p<0.05) ed un maggiore bisogno di assistenza
infermieristica, valutata come indice dei bisogni
(p<0.01) negli anziani rispetto ai giovani. Dal
punto di vista ematochimico i pazienti anziani presentavano
livelli non significativamente differenti
dai giovani di eritropoietina (47.17±28.7 vs 45.13±21.3),
di emoglobina (10.41±1.32 vs 10.16±1.24) ed eritrociti
(3.42±0.47 vs 3.34±0.46), sebbene negli anziani
vi fosse un trend verso il basso con evidenza di un
maggior stato anemico non associato ad un corrispettivo
aumento della risposta eritropoietinica. Valutando,
poi, il recupero funzionale di tali pazienti, in
termini di metri percorsi al Walking test ed indice di
Borg della fatica, entrambi i gruppi di età mostravano
un significativo miglioramento delle performance
funzionali dopo riabilitazione cardiologica,
sebbene il gruppo anziani mostrasse valori inferiori
in termini di metri percorsi ed un maggiore indice di
fatica. L’anemia non sembrava condizionare il recupero
funzionale in nessuno dei due gruppi. Dai nostri
dati si evince che i pazienti anziani cardio-operati
presentano a parità di livelli circolanti di eritrociti
e di emoglobina una ridotta risposta eritropoietinica,
probabilmente da correlarsi ad una ridotta risposta
midollare alla stimolazione anemica. Tale
stato anemico non sembra, comunque, condizionare
nei pazienti anziani postoperati il recupero funzionale
in termini di metri percorsi e di riduzione del
sintomo fatica, valutati al Walking test, ottenuti tramite
un programma riabilitativo precoce ben strutturato.
Corbi G, Ferrara N, Longobardi G, Furgi G, Rengo F:
Valutazione età-dipendente della funzione eritropoietica
in pazienti cardioperati sottoposti a riabilitazione
cardiologia intensiva. Monaldi Arch Chest
Dis 2006; 66: 171.
A2.5 La longevità nell’uomo è influenzata parzialmente
da fattori genetici mentre è influenzata in
maniera significativa da fattori ambientali e soprattutto
da un corretto stile di vita. In particolare le modificazioni
età-correlate dell’apparato cardiovascolare
sono antagonizzate da interventi anti-invecchiamento
quali la restrizione calorica e/o l’attività
fisica. Infatti sia l’attività fisica che un ridotto indice
di massa corporea sono in grado di ridurre la mortalità
nel soggetto anziano con patologie cardiovascolari. Numerosi meccanismi sono stati proposti
per spiegare tale effetto protettivo, incluso una riduzione
dell’incremento età-correlato della vulnerabilità,
cioè l’incremento età-correlato della suscettibilità
agli insulti patologici. La riduzione età-correlata
del precondizionamento ischemico, il più potente
meccanismo di protezione endogena contro l’ischemia
miocardica, è ripristinato sia dall’attività fisica
che dalla restrizione calorica. Si conclude che il
soggetto anziano deve adottare uno stile di vita corretto
al fine di ridurre il rischio di morte per patologia
cardiovascolare
Abete P, Della Morte D, Mazzella F, D’Ambrosio D,
Galizia G, Testa G, Gargiulo G, Cacciatore F, Rengo
F: Lifestyle and prevention of cardiovascular
disease in the elderly: an Italian perspective. Am J
Geriatr Cardiol 2006; 15: 28-34.
A2.6 A 10 anni dall’introduzione in Italia del sistema
di rimborso basato sui DRG sono stati sviluppati
degli affinamenti del sistema, volti a compensarne
alcuni limiti mediante la valorizzazione del
peso dell’età e della comorbidità sulla complessità
del singolo ricovero. Il sistema, APR-DRG, di tipo
isorisorse è affinato per la gravità clinica e si avvale
di due descrittori, l’indice di severità (SI) e l’indice di
rischio di morte (RM). Ciascuno di questi due indici
è diviso in quattro sottoclassi a gravità crescente (1
minore 2 moderata 3 severa 4 estrema). La maggior
parte delle esperienze svolte con questo nuovo sistema
sono state realizzate nell’ambito dell’ospedale
per acuti, mentre sono del tutto carenti esperienze
in ambito riabilitativo. Scopo del nostro lavoro è
quello di valutare la capacità del sistema di cogliere
la complessità del paziente afferente ad un reparto
di riabilitazione cardiologia e l’effetto che l’età esercita
su tale parametro.Tutti i pazienti ricoverati
presso l’U.O. di Cardiologia Riabiliativa della Fondazione
Salvatore Maugeri, IRCCS, Istituto Scientifico
di Telese T., dal 1 gennaio al 31 maggio 2006, sono
stati sottoposti ad una valutazione multidimensionale
con alcuni strumenti di primo livello (ADL,
IADL, CIRS, MNA, SPSMQ, Exton Smith, e BDI).
Tale valutazione è stata comparata con i descrittori
di complessità del sistema APR-DRG (SI, RM) derivati
dai parametri SDO nei due sottogruppi di età in
cui è stato suddiviso il campione (G1<65 anni,
G2=65 anni). Sono stati studiati 366 pazienti (91
donne e 275 uomini) di età media pari a 64.3±10.4
anni. Il 70 % praticavano una riabilitazione post cardiochirurgia,
il restante 30% per scompenso cardiaco.
Il profilo funzionale medio in ciascuno dei
due gruppi era: G1-CIRS sev=1.5±0.5, CIRS
com=2.4±1.6, ADL= 5.8±0.5, IADL=5.7±1.6,
MNA=22.1±2.7, SPSMQ=1.3±1.1, Exton Smith=
18.9±1.3, BDI=8.9±6.4. e G2- CIRS sev=1.8±0.4,
CIRS com=3.2±1.9, ADL= 5.3±1.1, IADL=4.5±2.0,
MNA= 21.6±3.0, SPSMQ=1.9±1.7, Exton Smith=
17.9±1.9, BDI=12.4±7.5. La distribuzione delle classi
SI ed RM derivate con il sistema APR DRG nei due
gruppi è stata, rispettivamente, la seguente: G1- SI,
(1=47.9%; 2=47.9%; 3= 4.2%) RM, (1= 64.7%;
2=33.5%; 3=1.8%), G2- SI, (1=19.1%; 2=68.3%; 3=
12.6%) RM, (1= 26.1%; 2=60.3%; 3=13.6%). L’analisi
della correlazione lineare tra SI-RM versus i parametri
funzionali mostra una diversa correlazione nei
due gruppi (adulti vs anziani) nel senso che esiste
un correlazione statisticamente significativa solamente
nel gruppo degli anziani tra SI - RM da un
lato e SPSMQ, Exton Smith e BDI dall’atro. Il sistema
APR DRG è un efficace descrittore della complessità
della casistica presente in riabilitazione cardiologica,
correla con i parametri funzionali misurati e
tale correlazione è fortemente modulata dall’età.
Vitale DF, Greco A, Furgi G, Cacciatore F, Pezzella P,
Pilotto A, Rengo F: APR-DRG in riabilitazione cardiologica:
possibile approccio alla complessità clinica
e ruolo dell’età. Monaldi Arch Chest Dis 2006;
66: 204.
A2.7 L’invecchiamento è associato alla disfunzione
dei β-recettori adrenergic (β-AR) a livello cardiaco
e vascolare (downregulation and desensitization).
Tale alterazione spiega la riduzione della riserva cardiovascolare
età-correlata. È noto che l’esercizio fisico
ed i β-bloccanti migliorano la risposta β-AR in
condizioni patologiche come l’ipertenzione, l’infarto
del miocardio e l’insufficienza cardiaca. L’obiettivo di questo nostro studio sperimentale è quello di investigare
quali differenti modalità possono recuperare
il signaling β-AR nel cuore senile. Lo studio è
stato condotto in ratti WKY di 24 mesi suddivisi nei
gruppi seguenti: 1) 10 ratti non allenati (gruppo 1);
2) 10 ratti allenati (gruppo 2); 3) 10 ratti non allenati
trattati per 4 settimane con β1-bloccante quale il
metoprololo (gruppo 3); 4) 10 ratti giovani non allenati
(controllo). Il programma di esercizio fisico consiste
in 45 min/die di treadmill alla velocità di 17
m/min per 5 giorni della settimana, per 12 settimane.
L’attività β-AR cardiaca viene misurata come
densità dei β-recettori nella membrana cellulare e
come attività dell’adenosil-ciclasi. La contrattilità del
ventricolo sinistro viene misurata in vivo con il
dP/dtmax di base e dopo infusione di isoprotenerolo
alla dose di 0.1, 0.5 e 1.0 mg/kg/ml. I risulati dimostrano
che l’esercizio fisico è capace di correggere
la β-AR downregulation cardiaca età-correlata, la
desensibilizzazione con l’incremento della densità
dei β-AR e la produzione dei livelli di cAMP rispetto
ai livelli osservati nei ratti giovani di controllo. Il miglioramento
del signaling β-AR è associate con un
significativo aumento della contrattilità ventricolare
sinistra dopo stimolazione con isoproterenolo.
Egualmente i β-bloccanti dimostrano un recupero
della disfunzione β-AR e sulla riserva contrattile del
cuore senile. I risultati di questo studio confermano
la capacità dei β-bloccanti e dellattività fisica di correggere
la disfunzione β-AR e migliorare il signaling
e l’attività dei β-ARs.
Zincarelli C, Fortunato F, Rengo G, Iaccarino G,
Esposito G, Rapacciuolo A, Leosco D, Koch WJ,
Rengo F: Exercise and β-AR blockade restore agedependent
impairment of β-ar signaling and myocardial
inotropic reserve. Circulation 2006; 114
suppl II: 86.
A2.8 L’attivazione dello “Hypoxia-Inducible Factor
1α” (HIF-1α) e dell’espressione del “Vascular Endothelial
Growth Factor” (VEGF) nei tessuti ischemici
sono coinvolti nelle alterazioni età-dipendenti
dell’angiogenesi. Noi abbiamo valutato la capacità
dell’esercizio fisico di recuperare questi meccanismi
molecolari e le alterazioni angiogenetiche in
ratti anziani con ischemia di un arto. Il nostro protocollo
ha previsto 15 ratti WKY giovani e 15 ratti
anziani, sottoposti ad un programma di attività fisica
al treadmill per 12 settimane dopo aver procurato
un’ischemia di un arto, oltre che 15 ratti
giovani e 15 ratti anziani sedentari. Nei ratti anziani
sedentari l’aumento dello HIF-1α (Western blot
analysis) era inferiore se comparato con gli animali
giovani ed anziani allenati (P<.0001). Electromobility
shift assay riduce a specific tissue HIF-1α DNA
binding activity negli animali anziani allenati ma
non in quelli sedentari. L’upregulation VEGF indotta
dall’ischemia non era evidente nei ratti anziani
mentre viene recuperata con l’esercizio
(P<.0001 ischemici vs non ischemici). Nei due
gruppi di età l’attività fisica aumenta la densità dei
capillari nei muscoli ischemici (P<.003 anziani allenati
vs sedentari) anche se i livelli sono più bassi
negli animali anziani (P<.0001). I risultati istologici
sono corrispondenti a quelli angiografici (Digital
angiography TIMI score) ed i parametri di flusso
(dyed beads dilution assay) dimostrano un maggior
effetto negativo dell’ischemia nell’arto ischemico
dei ratti non allenati (P<.0001 vs giovani sedentari)
ed un significativo recupero della perfusione
con l’esercizio fisico nei due gruppi di età
(P<.0001 vs anziani sedentari; P<.0001 vs giovani
sedentari). Un significativo recupero della capacità
massima di esercizio era evidente nei ratti anziani
allenati (P<.0001 vs sedentari). La riduzione nel
siero del VEGF (ELISA) nei ratti anziani allenati vs
quelli non allenati (P<.003) riflette la maggiore
ischemia indotta dall’esercizio in quest’ultimi. I dati
ottenuti nelle vasculopatie periferiche (PAOD) dell’uomo
indicano che lo stile di vita caratterizzato
da alti livelli di attività fisica è associato ad una riduzione
dei livelli sistemici di VEGF. In conclusione,
i nostri dati dimostrano che l’esercizio protratto
contrasta le iterazioni molecolari età-correlate che
inducono una riduzione dell’angiogenesi. Questi
risultati sperimentali possono avere importanti implicazioni
cliniche in considerazione dell’alta prevalenza
di PAOD in età geriatrica. Zincarelli C, Rengo G, Leosco D, Iaccarino G, Sanzari
E, Ciccarelli M, Golino L, De Lisa G, Sorriento D, Cimini
V, AltobelliGG, Piscione F, Galasso G, Brevetti G,
KochWJ, Rengo F: Effects of chronic exercise on restoring
age-impaired VEGF upregulation and angiogenetic
responses to hindlimb ischemia. Circulation
2006; 114 suppl. II: 104.
A2.9 L’obiettivo di questo studio è la valutazione
degli effetti dell’età e dell’esercizio fisico sul potere
antiossidante e sulle “Heat shock protein” (Hsp),
comparando cuori di ratti giovani (Y), anziani sedentari
(SO) ed anziani allenati (TO). Nel gruppo SO abbiamo
ottenuto i seguenti risultati: a) non cambiamenti
strutturali e funzionali del miocardio; b) incremento
dei livelli di malondialdeide; c) non modificazioni
della superossido-dismutasi (SOD); d) riduzione
dell’espressione della Hsp70; e) aumentodell’espressione
Hsp27. Nei ratti TO aumentano la SDO
e l’espressione Hsp70. I livelli di manoldialdeide.
Non mostrano differenze tra i ratti TO e SO, nei quali
si osserva che l’esercizio fisico non induce alcun effetto
sull’indice della per ossidazione. In conclusione,
con l’incremento dei livelli di Hsp27 e Hsp70,
si incrementa il tempo di esercizio, parzialmente
controbilanciato dagli effetti del sistema antiossidante
cardiaco età-dipendente, senza alterazioni
dei livelli delle sostanze perossidanti. Queste osservazioni
suggeriscono che gli effetti benefici delle
modificazioni età-dipendenti del sistema antiossidante
cardiaco potrebbe essere connesso agli effetti
antiossidanti dell’esercizio protratto.
Rinaldi B, Corbi G, Boccuti S, Filippelli W, Rengo G,
Leosco D, Rossi F, Filippelli A, Ferrara N: Exercise
training affects age-induced changes in SOD and
heat shock protein expression in rat heart. Exp
Gerontol 2006; 41: 764-70.
3.0 Oftalmologia
3.1 Valutare il polimorfismo del gene per il fattore
H (CHF)p.402Y>H del complemento quale fattore di
rischio nella degenerazione maculare (AMD) età dipendente
in una popolazione Italiana. Abbiamo
esaminato 104 pazienti Italiani non consanguinei
affetti da AMD e 131 soggetti di controllo per valutare
il polimorfismo p.402Y>H del fattore H del
complemento. L’esame retinografico è stato eseguito
in tutti i soggetti e la diagnosi è stato confermato
da angiografia con fluorescina. Il polimorfismo
c.1277T>C è stato tipizzato mediante TaqMan realtime
PCR.La frequenza dell’allele c.1277C si è rivelata
più alta nei soggetti affetti da AMD rispetto ai
controlli (57.2% vs 39.3%; p<0.001). L’odds ratio (OR;
analisi logistica) dell’omozigosi CC per l’AMD era
3.9 (Intervallo di confidenza [IC] al 95%:1.9-8.2). Il
genotipo CC rappresenta un rischio maggiore per la
presenza di AMD sporadica (OR; IC: 4.6; 2.0-10.5)
rispetto alla AMD familiare (OR; IC: 4.6; 2.0-10.5). I
genotipi non erano associati né all’età all’epoca
della diagnosi né al fenotipo dell’AMD. Tuttavia, l’atrofia
geografica e la vascolarizzazione neocoroidale
erano più frequenti nell’AMD sporadica (p=0.027).
La percentuale di rischio attribuibile per il genotipo
CC era del 28% (95%IC:18-33%). L’associazione tra
il polimorfismo p.402Y>H(c.1277T>C) e l’AMD si
applica anche alla popolazione Italiana ed il genotipo
CC è più frequente nella AMD sporadica.
Simonelli F, Frisso G, Testa F, di Fiore R, Vitale DF,
Manitto MP, Brancato R, Rinaldi E, Sacchetti L:
Polimorphism p.402y>h in the complement factor h
protein is a risk factor for age related macular degeneration
in an italian population. Br J Ophthalmol
2006; 90:1142-5.
4.0 Oncologia
4.1 145 pazienti affetti da cancro non cardiale dello
stomaco sono stati analizzati per determinare la relazione
esistente tra le varianti del gene MBL2 ed il
cancro dello stomaco correlato ad Helicobacter Pilori
confrontando i risultati con 75 pazienti di controllo
esenti da cancro. La distribuzione degli aplotipi
di MBL2 ha evidenziato una significativa differenza
(p=0.0013) tra pazienti affetti da cancro e
controlli unicamente per l’aplotipo HYPD. Tale osservazione
ci ha indotto a concludere che tale aplotipo
potrebbe utilmente essere usato come marcatore
di rischio di cancro nei soggetti positivi all’Helicobacter
Pilori. Scudiero O, Nardone G, Omodei D, Tatangelo F, Vitale
DF, Salvatore F, Castaldo: A mannose-binding
lectin-defective haplotype is a risk factor for
gastric cancer. Clin Chem 2006; 52: 1625-7.
5.0 Patologia cardiovascolare
5.1 La concentrazione plasmatici del magnesio
(Mg) è stata presa in considerazione come indice
prognostico di morbilità e mortalità a breve termine
in cardiopatici e nello scompenso congestizio di circolo
(CHF). Essendo noto che l’ipermagnesemia recita
un ruolo prognostico in pz con insufficienza renale,
il significato clinico e prognostico dell’anormale
concentrazione di Mg nel CHF, riferito alla disfunzione
renale, è stato poco indagato soprattutto
nella popolazione anziana, nella quale la prevalenza
del CHF è particolarmente elevata. A tal fine abbiamo
voluto chiarire il ruolo della magnesemia in
uno studio prospettico condotto su pz consecutivamente
ricoverati in un Istituto di Riabilitazione Intensiva
tra gennaio 2001 e dicembre 2002. Sono
stati selezionati 209 soggetti di età ≥65 anni con
diagnosi di CHF ed all’ammissione la valutazione
clinica ha previsto ECG, X-Ray del torace, principali
parametri ematochimici e valutazione multidimensionale
(ADL, MMSE). Tutti i pz sono stati suddivisi
in base al livelli di magnesemia (gruppo <1.4
mEq/L; gruppo1.4-2.1 mEq/L; gruppo >2.10
mEq/L). L’ipomagnesemia (gruppo <1.4 mEq/L) è
stata trovata nel 4.8% della casistica, la normomagnesemia
(group1.4-2.1 mEq/L) nel 67.8% ed ipermagnesemia
(gruppo >2.10 mEq/L) nel 27.8%. Il
gruppo di ipomagnesemia è stato escluso dallo
studio per la sua esiguità numerica. Nel follow-up di
3 anni è stata valutata la mortalità totale e quella
cardiaca. La mortalità intraospedaliera è stata presa
dai certificati di morte. Dopo 6, 12 e 36 mesi dalla
dimissione la mortalità è stata ricavata da interviste
telefoniche. L’analisi ha coinvolto 199 anziani con
CHF, di età media 77.14±6.92 anni, riscontrando
ipermagmesemia nel 29.1% e normomagnesemia
nel 70.9% della casistica. All’analisi univariata non si
sono riscontrate differenze tra i due gruppi di pz, se
si escludono più alti livelli di creatinina (1.35±0.61
vs 1.13±0.55 mg/dl rispettivamente; p<0.02), più
alti gradi di disabilità (ADL perse 2.69±1.57 vs
2.15±1.56 rispettivamente; p<0.05), maggiore mortalità
per CHF (32.6 vs 48.3%; p<0.05) e più elevato
uso di antacidi e di lassativi (56.9 vs 41.1% rispettivamente;
p<0.001). I pz con ipermagnesemia dimostrano
una più bassa probabilità di sopravvivenza a
3 anni rispetto ai pz con più bassi livelli di Mg
(17.32±15.93 vs 22.46±16.16 months; p<0.05) e tale
risultato si conferma nell’analisi multivariata aggiustata
per i vari parametri considerati. L’ipermagnesemia
è stata valutata anche in assenza di insufficienza
renale, dimostrandosi indice prognostico negativo
soprattutto in pz anziani con CHF nei quali si
raccomanda un attento controllo di antiacidi e di
lassativi.
Corbi G, Cacciatore F, Longobardi G, Acanfora D,
Iannuzzi GL, Furgi G, Filippelli A, Rengo F, Ferrara N:
Hypermagnesemia predicts mortalità in elderly with
congestive heart failure: relationship with laxative
and antiacids use. It Heart J 2006; 6 suppl 1: 715.
A5.2 La funzione renale può essere compromessa
in corso di scompenso cardiaco (SC), ed è un indice
prognostico negativo. Negli anziani è possibile rilevare
un declino della funzione renale. Non è noto il
valore prognostico della riduzione della funzione renale
in pazienti anziani con scompenso cardiaco.
Abbiamo valutato se la funzione renale [(GFR), calcolato
mediante l’equazione di Cockroft Gault] è
predittivo di mortalità ed il suo contributo relativo rispetto
ad altri fattori di rischio noti in pazienti anziani
con SC arruloati nel CHF Italian Study. Abbiamo
seguito per 3 anni 1274 cardiopatici con più
di 65 anni in uno studio multicentrico italiano. Un
ampio data-base è stato collezionato per ogni paziente
entro una settimana dalla ospedalizzazione
ed intervistati ad intervalli di 6 mesi. In 395 (31%)
pazienti è stata posta diagnosi di SC (51% maschi;
età 76±7 anni) e per essi era disponibile un data-set
completo per il calcolo del GFR. Il GFR è stato utilizzato
come indicatore attraverso trasformazione in
qurtili [GFR <44 ml/min 106 (27%); GFR 44-58
ml/min 99 (25%); GFR 59-76 ml/min 104 (26%);
GFR >76 ml/min 86 (22%)]. Durante i 3 anni di
follow-up 193 pazienti sono deceduti. La mortalità è
risultata inversamente proporzionale ai livelli di GFR
[GFR <44 ml/min 64 (33%); GFR 44-58 ml/min 49
(25%); GFR 59-76 ml/min 44 (23%); GFR >76
ml/min 36 (19%); P=0.005]. Utilizzando il GFR in un
modello proporzionale di Cox aggiustato per le variabili
note predittive di morte nello SC o che possono
interferire con il GFR (pressione arteriosa, frequenza
cardiaca, fibrillazione atriale, rapporto
cardio-toracico, causa dello SC, uso di ACE-inibitori,
diuretici, antialdosteronici, antiaritmici), escludendo
l’età ed il sesso in quanto già inserite nell’equazione
di Cockroft Gault, la classe NYHA [HR
1.93 (95% CI 1.24-3.01)] ed il GFR [HR 2.01 (95% CI
1.23-3.27)] sono rosultati predittori indipendenti di
mortalità. Nessuna interazione è stata ritrovata tra
classe NYHA e GFR (c2=77; P=0.052). La compromissione
della funzione renale nello SC cardiaco è
indipendente dalla compromissione funzionale
cardio-vascolare, suggerendo che altri fattori possono
essere coinvolti nello sviluppo e nella evoluzione
dell’insufficienza renale. I pazienti con SC e ridotto
GFR quasi sempre sono trattati in maniera
meno aggressiva.
Acanfora D, Cacciatore F, Furgi G, Viati L, Mazzella
F, Langellotto A, Rengo F: Funzione renale e sopravvivenza
in pazienti anziani con scompenso cardiaco
(CHF Italian Study). Giorn It Cardiol 2006; 7: 1575.
A5.3 Abbiamo studiato i fattori che influenzano
l’outcome precoce e tardivo in pazienti sottoposti
contemporaneamente a sostituzione valvolare aortica
e bypass aorto-coronarico. N. 175 pazienti sono
stati analizzati retrospettivamente per un periodo di
10 anni concluso nel Dicembre 2002. 135 erano uomini
mentre i rimanenti 40 erano di sesso femminile
con una età media pari a 62.7±8.9 anni, 109 erano
in III/IV classe NYHA, 45 hanno praticato un intervento
d’urgenza mentre 103 e 72 pazienti hanno impiantato
rispettivamente una valvola meccanica ed
una biologica. Si sono registrati 11 decessi perioperatori
(6.3%). L’analisi statistica mediante regressione
logistica ha mostrato che un pregresso infarto
miocardio, alta classe NYHA ed una bassa frazione
di eiezione erano significativamente associati con la
mortalità precoce. Dopo un follow-up medio pari a
82.7±38.8 mesi si sono registrate 52 morti tardive.
Mediante l’analisi della sopravvivenza secondo Cox
i fattori significativamente associati con uno sfavorevole
outcome tardivo sono risultati essere l’età,
l’urgenza della procedura chirurgica, la bassa frazione
di eiezione ed i livelli di creatinina ematici. La
combinazione di fattori legati al paziente (età), di
performance cardiaca (bassa frazione di eiezione),
di comorbidità e di fattori legati alla procedura chirurgica
è risultata essere associata all’outcome tardivo
dei soggetti sottoposti a questa procedura chirurgica
combinata.
Stassano P, Di Tommaso L, Vitale DF, Monaco M,
Iannelli G, Mottola M, Musumeci A, Spampinato N:
Aortic valve replacement and coronary artery surgery:
determinants affecting early and long term results.
Thorac Cardiovasc Surg 2006; 54: 521-7.
A6.0 Patologia neurologica
A6.1 Alterazioni del segnale del recettore β-adrenergico
(β-AR) sono state ritrovate, sia postmortem
nella corteccia cerebrale che in linfociti circolanti
di pazienti affetti da malattia di Alzheimer
(AD). La disfunzione dei β-ARs potrebbe essere
ascritta ad un diminuito numero, ad una alterata affinità
di β-ARs o ad un difetto di accoppiamento
dell’enzima accoppiato alle G-protein. GRK2 è un
importante modulatore del β-AR signalling, coinvolto
nella fosforilazione e desensibilizzazione recettoriale.
Lo scopo di questo studio è di valutare
l’espressione di GRK2 in linfociti di pazienti affetti
da AD e3 stabilire un correlazione tra i livelli della
proteina grado di malattia. Lo studio ha arruolato 34
pazienti con AD possibile o probabile (secondo i
criteri NINCDS/ADRDA), stratificati, secondo il
grado di malattia in lievi e moderati-severi. Il declino
cognitivo è stato valutato mediante Mini Mental
State Examination (MMSE), Geriatric Depression
Scale (GDS), Basic Activity of Daily Life (BADL), Instrumental
Activity of Daily Life (IADL). Inoltre è
stata valutata la comorbidità, data la recente evidenza che GRK2 è up-regolata nei linfociti di pazienti
affetti da ipertensione arteriosa e scompenso
cardiaco. I nostri dati indicano che i livelli di GRK2
linfocitario sono correlare con il grado di severità
della malattia.
Fortunato F, Golino L, Sanzari E, Canonico V, Marchese
M, Mayo E, Rengo G, Losco D, Rengo F:
Lymphocyte GRK2 as a Novel Biological Marker of
Alzheimer’s Disease. Circulation 2006; 114 suppl II:
305.
A7.0 Patologia Respiratoria
A7.1 Le linee guida del “Global Initiative for Chronic
Obstructive Lung Disease” (GOLD) sono state realizzate
per il miglioramento della gestione del paziente
con broncopneumopatia cronica. Lo scopo
del presente studio è stato quello di valutare se l’attuale
approccio terapeutico al broncopneumopatico
cronico ricalchi le linee guida GOLD attraverso l’arruolamento
di pazienti anziani con broncopneumopatia
cronica ostruttiva, in divisioni di geriatria per
acuti nell’aprile del 2002 in Italia. Il nostro campione
era composto da 471 pazienti di età >64 anni con
broncopneumopatia cronica e con riacutizzazione
respiratoria. In questi pazienti veniva monitorizzata
la terapia all’ingresso e durante il ricovero e le eventuali
modifiche rispetto alla terapia domiciliare. Numerose
variabili demografiche, la comorbilità e gli
indici di gravità della broncopneumopatia cronica
ostruttiva erano valutati come potenziali predittori
verso l’evento principale che era considerato “la variazione
alla prescrizione terapeutica secondo le
linee guida GOLD” cioè la prescrizione di un farmaco
considerato come terza linea di trattamento
(metilxantine) o non raccomandata dalle linee guida
GOLD (mucolitici) sia in un modello univariato che
multivariato di regressione logistica. Alla dimissione
la prescrizione di agonisti Beta2-recettoriali a breve
durata d’azione erano ridotti dal 26.3% al 14.0%
mentre si osservava un aumento della prescrizione
degli agonisti beta2-recettoriali a lunga durata d’azione
(da 43.1% a 68.4%), dei corticosteroidi inalatori
(da 50.7% a 69.6%) e degli anticolinergici (da
17.2% a 22.3%). La frequenza dell’utilizzo delle metilxantine
era del 49.7% all’ingresso e del 44.8% alla
dimissione dove il precedente utilizzo rappresentava
il predittore principale alla prescrizione in dimissione
di questa classe di farmaci (odds ratio
[OR] = 4.35; 95% CI 2.88, 6.54). La frequenza dell’uso
di mucolitici era del 26.3% all’ingresso e 26.8%
alla dimissione ed anche in questo caso il precedente
utilizzo rappresentava il predittore principale
alla prescrizione in dimissione di questa classe di
farmaci (OR = 4.10; 95% CI 2.47, 6.82). In conclusione,
l’incremento dell’ospedalizzazione del paziente
anziano con broncopneumopatia cronica
rappresenta un segnale all’incremento dell’adesione
alle linee guida GOLD anche se l’uso di anticolinergici
rimane sorprendentemente basso e l’uso
di metilxantine e mucolitici sorprendentemente alto.
In ogni modo, nel considerare “la variazione alla
prescrizione terapeutica secondo le linee guida
GOLD” bisogna tener conto del cosiddetto “carryover
effect”, cioè la terapia prescritta dal medico di
base rispetto a quella prescritta dal medico ospedaliero
alla dimissione del paziente anziano con broncopneumopatia
cronica ostruttiva e riacutizzazione
respiratoria.
Incalzi RA, Corsonello A, Pedone C, Masotti G, Bellia
V, Grassi V, Rengo F: From Global Initiative for
Chronic Obstructive Lung Disease (GOLD)
guidelines to current clinical practice: an overview
of the pharmacological therapy of stable chronic
obstructive pulmonary disorder. Drugs Aging 2006;
23: 411-20.
A7.2 e A7.3 L’asma che inizia nel periodo menopausale
sembra essere poco responsiva al trattamento
e caratterizzata da marcata gravità clinica. Lo
studio è stato effettuato su 12 pazienti con asma
menopausale (gruppo I) e 9 con asma preesistente
alla menopausa (gruppo II).
Lo studio ha mostrato che il gruppo I presenta nell’espettorato
indotto un livello di eosinofilia significativamente
maggiore rispetto al gruppo II. Inoltre,
anche il numero di riacutizzazioni è risultato significativamente
maggiore nel primo gruppo di pazienti
rispetto al secondo. Si conclude che l’infiammazione eosinofilica presente nelle vie respiratorie di
donne in menopausa sembra essere responsiva al
trattamento anti-infiammatorio con corticosteroidi e
sembra predisporre a frequenti e severe esacerbazioni.
Fuschillo S, Vessella W, De Felice A, De Angelis E,
Caputi M, Balzano G: Asma menopausale: Risposta
al trattamento. Atti del Congresso dell’American
College of Chest Physician Capitolo italiano 2006;
pag. 24.
Vessella W, Fuschillo S, Martucci M, De Angelis E,
Balzano G, Caputi M.: Asma menopausale: Caratteristiche
cliniche. Atti del Congresso dell’American
College of Chest Physician Capitolo italiano 2006;
pag. 32.
A7.4 Il sonno è un evento psiconeurofisiologico organizzato
e differenziato, durante il quale lo stato di
sonno ad onde lente (NREM) e di sonno Paradosso
(REM) si alternano, ciascuno caratterizzato da specifiche
variabili neurofisiologiche (attività elettrica
cerebrale, oculare, cardiaca, muscolare) rilevabili
mediante registrazioni polisonnografiche. Il passaggio
dal sonno NREM al sonno Paradosso può
verificarsi in modo progressivo, così che, durante lo
stato di transizione (Periodo t), alcune variabili neurofisiologiche
conservano le caratteristiche dello
stato precedente ed altre assumono quelle dello
stato successivo. Obiettivo del nostro piano sperimentale
era di analizzare la relazione tra le caratteristiche
poligrafiche del Periodo t ed invecchiamento.
Sono state effettuate 12 registrazioni poligrafiche
notturne (PSG) in un gruppo di soggetti
anziani (6 soggetti, età media 69.2±4.4) e in un
gruppo di soggetti giovani (6 soggetti, età media
27.2±1.2). Nessuno dei soggetti esaminati all’anamnesi
presentava note malattie cerebrovascolari, tumori,
malattie psichiatriche e neurologiche e non
era sottoposto a trattamento farmacologico. Le registrazioni
sono state effettuate in una camera insonorizzata.
Sono stati utilizzati i comuni elettrodi a
coppetta, posizionati secondo il Sistema Internazionale
10/20 EEG (referenza A1 A2). L’acquisizione è
stata effettuata con sampling rate di 256 Hz, filtri
Passa alto a 0.530 Hz e filtri Passa Basso a 40 Hz. La
valutazione neuropsicologica è stata eseguita somministrando
la batteria Milan Overall Dementia Assessment,
previa valutazione cognitiva globale mediante
Mini Mental State Examination e Geriatic Depression
Scale. Da ciascuna PSG è stato selezionato,
mediante lettura visiva, il Periodo t e analizzato
mediante EEG quantitativo (Q-EEG). Il Periodo t è
presente anche nei soggetti anziani, ma presenta
una durata inferiore rispetto ai soggetti giovani. Differenze
significative tra i due gruppi, sono state individuate
anche a livello delle bande EEG analizzate
(banda alpha, theta e delta). La caratterizzazione del
Periodo t in relazione all’età contribuisce a delineare
le modificazioni dell’organizzazione del sonno durante
l’invecchiamento e della sua funzione in relazione
ai processi cognitivi: infatti, il Periodo t si
presta ad essere considerato un “ponte” fra i flussi
di informazione fra ippocampo e neocorteccia, aree
diversamente attivate durante il sonno NREM e
REM e che hanno un ruolo chiave nei processi di
invecchiamento cognitivo.
Luongo C, Lullo F, Paone G, Russo G: Stato di transizione
dal sonno ad onde lente al sonno paradosso
nell’invecchiamento. Atti XIV Congresso Nazionale
Medicina del sonno 2006; suppl. 1: 5.
A8.0 Reazioni avverse a farmaci nell’anziano
A8.1 Scopo del presente studio è stato quello di
valutare la prevalenza dell’uso di farmaci in soggetti
anziani ambulatoriali e di identificare l’associazione
tra l’utilizzo dei farmaci ed i sintomo gastrointestinali.
Lo studio è stato condotto in Italia in soggetti
anziani visitati ambulatorialmente da 133 medici di
base facenti riferimento a 24 unità di valutazione
geriatriche. Venivano valutati in questi pazienti il
sesso, l’età, la disabilità, la terapia attuale ed i sintomi
gastrointestinali. I pazienti arruolati erano 5515
e la prevalenza dell’utilizzo di farmaci era del 91.6%
con un numero di farmaci assunti per soggetto di
2.86. Sia la prevalenza che il numero medio di farmaci
assunti aumentava significativamente con
l’età. Per quanto riguarda i sintomi gastrointestinali
il 32.7% dei pazienti riportava almeno un sintomo gastrointestinale: il 25% indigestione, il 16.2% dolore
addominale ed il 14.2% reflusso esofageo. Una
significativa prevalenza più elevata era osservata
nelle donne, nei pazienti che assumevano più farmaci
ed in quelli più disabili. L’analisi multivariata dimostrava
che l’uso di FANS, di cortisone, di psicolettici,
di diuretici, di agonisti beta2 adrenergici selettivi
e di antiaggreganti piastrinici era significativamente
associato alla presenza di sintomi gastrointestinali.
In conclusione, la prevalenza dell’utilizzo di
farmaci in pazienti anziani ambulatoriali è molto alto
ed il numero di farmaci ed alcune classi di farmaci
sono associati alla presenza di sintomi gastrointestinali.
Pilotto A, Franceschi M, Vitale D, Zaninelli A, Masotti
G, Rengo F; F.I.R.I. (Fondazione Italiana Ricerca
Invecchiamento); SOFIA Project Investigator: Drug
use by the elderly in general practice: effects on
upper gastrointestinal symptoms. Eur J Clin Pharmacol
2006; 62: 65-73.
A9.0 Terapia Farmacologica
A9.1 Lo scopo del presente studio osservazionale
è stato quello di verificare se pazienti anziani con
broncopneumopatia cronica ostruttiva ospedalizzati
per riacutizzazione respiratoria non assumevano
antibiotici nella terapia domiciliare e di identificare
la relazione tra la condizione dei pazienti e le prescrizioni
domiciliari. Pertanto, venivano arruolati 459
pazienti anziani con broncopneumopatia cronica
ospedalizzati per riacutizzazione e venivano monitorizzata
gli indici di severità della riacutizzazione
della broncopneumopatia cronica quali l’età, age, il
questionario di St. George (SGRQ), il numero di riacutizzazioni
dell’anno precedente ed un indice di
comorbilità (Cumulative Illness Rating Scale score,
CIRS). Novanta pazienti (19.6%) avevano antibiotici
in terapia domiciliare e tale prescrizione non era associate
co l’età avanzata ma soprattutto con una comorbilità
più elevata. 4 o più riacutizazioni
(OR=2.16, 95% CI=1.27-3.66) ed un punteggio al
questionario SGRQ maggiore di 70 (OR=1.61, 95%
CI=1.0-2.68) erano considerate variabili indipendenti
all’utilizzo di antibiotici prima dell’ammissione
ospedaliera sebbene il 67% dei pazienti con più di 4
riacutizzazioni ed il 73.1% dei pazienti con un punteggio
al questionario SGRQ maggiore di 70 non
avevano avuto prescrizioni antibiotiche domiciliari.
In conclusioni, la maggior parte dei pazienti ospedalizzati
per riacutizzazione di broncopneumopatia
cronica non avevano avuto prescritto la terapia antibiotica
domiciliare sebbene ognuno di essi aveva
almeno un indicatore di severità della malattia.
Incalzi RA, Corsonello A, Pedone C, Masotti G,
Rengo F, Grassi V, Bellia V.: Use of antibiotics in elderly
patients with exacerbated COPD: the OLD-chronic
obstructive pulmonary disease study. J Am
Geriatr Soc 2006; 54: 642-7.
A9.2 La terapia della sincope nel paziente anziano
non differisce dal trattamento del paziente adulto
per l’assenza di evidenze scientifiche specifiche.
Esperienze personali, comunque, indirizzano la terapia
della sincope in età avanzata, soprattutto
quella neuro-mediata, verso un trattamento”multiplo”,
volto a risolvere le varie componenti eziopatogenetiche
tipiche del paziente anziano.
Abete P, Galizia G, Mauro A, Simione I, Langellotto
A, Abruzzese R, Iovino V, Rauchi C, Gargiulo G,
Della Morte D, D’Ambrosio D, Mazzella F, Testa G,
Cacciatore F, Viati L, Rengo F: Il trattamento della
sincope nell’anziano. Giorn Gerontol 2006; 54:
352-4.
10.0 Valutazione Multidimensionale
10.1 Il concetto di complessità clinica in passato è
stato identificato con la gravità o la difficoltà del
caso clinico, assumendo quindi una valenza assolutamente
soggettiva. Per dare a questo giudizio
clinico una valenza oggettiva possiamo riferirci al
diagramma “certezza-consenso”, ideato da Stacey
per l’analisi dei sistemi complessi ed applicato da e
Zimmerman e da Goldberger nei modelli clinici. Il
diagramma di Stacey e Zimmerman definisce
“semplice” il sistema verso il quale c’è il massimo di
conoscenza unitamente al massimo di consenso da
parte degli operatori; all’opposto il “caos” caratterizza
il sistema in cui il minimo della conoscenza si accompagna al minimo di consenso; i “sistemi
complessi” si distribuiscono nell’area compresa tra
la semplicità ed il caos. Trasferendo questi concetti
alla medicina clinica, possiamo convenire che le
conoscenze che ci derivano dalla “Evidence Based
Medicine” (EBM) servono ad ampliare il campo
della “medicina della semplicità” mentre la “complessità”
clinica si identifica con la medicina della
cronicità e della disabilità, caratterizzata dalla presenza
contemporanea di numerosi problemi clinici,
per i quali la conoscenza scientifica non è ancora
completa e la cui soluzione non è la guarigione clinica
bensì il recupero funzionale. Dobbiamo infatti
convenire che la rivoluzione demografica riscontrata
alla fine del secolo scorso nei paesi industrializzati
ed in particolare in Italia ha comportato una
vera rivoluzione nel campo della medicina clinica,
modificando sostanzialmente la realtà epidemiologica
attraverso un forte incremento nelle decadi di
età più avanzate di patologie cronico-degenerative
di più organi ed apparati, accompagnato da un’alta
prevalenza della compromissione dello stato funzionale
e quindi dell’autosufficienza, la necessità di
un complesso approccio diagnostico-valutativo e di
un percorso terapeutico-riabilitativo individuale,
capace di assicurare una cura continuativa in strutture
a diversi livelli di organizzazione sanitaria e
socio-sanitaria, come previsto in Italia da vari Piani
Sanitari Nazionali. Nelle decadi di età più avanzata,
infatti, altissima è la prevalenza di più patologie
nello stesso soggetto, condizione che molto spesso
giustifica l’atipia di presentazione del quadro clinico
e quindi le difficoltà diagnostico-valutative e
terapeutiche che il medico può incontrare in
questa tipologia di paziente. Occorre, inoltre, sottolineare
che la comorbilità può assumere aspetti
molto complessi: se prendiamo, ad esempio, un
cardiopatico anziano non è infrequente il riscontro
contemporaneo di più patologie di vari organi ed
apparati (comorbilità extracardiaca) e di più
cardio-vasculopatie nello stesso paziente (comorbilità
cardiovascolare), con le caratteristiche della
comorbilità attiva in quanto clinicamente evidente e
capace di compromettere gravemente lo stato funzionale.
L’associazione clinica comorbilità-disabilità
si spiega con la progressiva perdita della riserva
anatomo-funzionale dei vari organi ed apparati
(vulnerabilità), che caratterizza la fisiologia dei diversi
stadi dell’età geriatrica. Di fronte a queste diverse
condizioni biologiche è evidente come il risultato
sullo stato funzionale sia differente quando
una stessa malattia colpisca soggetti di media età
ovvero soggetti delle diverse decadi dell’età geriatrica,
man mano che aumenta il grado di vulnerabilità.
Inoltre, un sistema da complesso può divenire
semplice, nel momento in cui viene accolto in
un sistema organizzato, capace di assorbire i diversi
aspetti che compongono la complessità; ad
esempio le strutture dedicate all’assistenza all’anziano,
sia in fase acuta che riabilitativa, devono prevedere
percorsi specifici, che non possono prescindere
dalla valutazione delle varie componenti della
complessità geriatrica, con un attenta valutazione
clinica e multidimensionale che identifichi i momenti
critici della complessità. Quindi, diventa essenziale
per evitare il “caos” del sistema di Stacey
e Zimmerman, che le strutture che negli ultimi anni
hanno visto crescere la loro “complessità” assistenziale,
come ad esempio le strutture di riabilitazione
intensiva, possano adeguare i loro standard a sistemi
più complessi ed adatti alla popolazione anziana
fragile. In conclusione, possiamo convenire
che la medicina della complessità si identifica con
la medicina geriatrica: da un punto di vista clinico,
infatti, il paziente di interesse geriatrico è caratterizzato
da un’età molto avanzata, dalla ridotta riserva
funzionale età-correlata (vulnerabilità), da
multipli fattori di rischio, dalla comorbilità a substrato
cronico, dalla disabilità, dalla polifarmacoterapia
con il relativo incremento delle reazioni avverse
da farmaci, dalla ridotta compliance farmacologica,
dall’elevato rischio iatrogeno e dalla condizione
socio-economico-ambientale critica, condizioni
queste che nel loro insieme definiscono “la
fragilità” del paziente geriatrico.
Cacciatore F, Abete P, Gazzella F, Viati L, Vitale DF,
Furgi G, Rengo F: La complessità clinica dell’anziano
ospedalizzato.
10.2 Sono stati analizzati 1339 soggetti anziani
della Regione Campania nell’ambito dell’Osservatorio
Geriatrico Campano. I nostri dati dimostrano
che un ridotto supporto sociale predice la mortalità
a lungo termine in soggetti anziani indipendentemente
dal ruolo svolto dall’età, dal sesso, dalla comorbidità
e dalla disabilità.
Gargiulo G, Mazzella F, Viati L, D’Ambrosio D, Della
Morte D, Visconti G, Iovino V, Cacciatore F, Abete P,
Rengo F: ruolo del supporto sociale sulla mortalità a
12 anni nel soggetto anziano: esperienza dell’osservatorio
geriatrico campano. Giorn Gerontol 2006;
54: 492. |