Intervista al Dott. Giorgio Ferriero – Fisiatra IRCCS Maugeri Lissone

Intervista al Dott. Giorgio Ferriero – Fisiatra IRCCS Maugeri Lissone

Qual è stata la molla che l’ha spinta a intraprendere una carriera nella ricerca scientifica?

Il mio interesse verso la ricerca era già presente durante il periodo di specializzazione anche grazie agli amici compagni di corso che insieme a me mostravano curiosità nei confronti di una disciplina relativamente giovane quale è la Medicina Fisica e Riabilitativa, più comunemente definita Fisiatria. Alla fine degli studi ho scelto poi di seguire un percorso non puramente clinico e che mi potesse permettere un collegamento con il mondo della ricerca. Per questo sono approdato in Fondazione Salvatore Maugeri: il luogo ideale dove coniugare l’interesse clinico della quotidianità con la curiosità della ricerca scientifica. In Maugeri ho trovato persone che mi hanno insegnato cosa è la ricerca e come la si fa. Inoltre dopo un periodo di maturazione ho iniziato a partecipare in prima persona, sia a livello regionale che nazionale, alla vita della Società scientifica dei Fisiatri, la SIMFER (Società Italiana di Medicina Fisica E Riabilitativa). Infine, Ricerca vuole dire anche pubblicazioni e l’esperienza, dapprima solo di autore e successivamente anche di revisore, mi ha condotto a raggiungere la posizione di Chief Editor dell’European Journal of Physical and Rehabilitation Medicine, una delle riviste più importanti al mondo nell’ambito della fisiatria.

Quali i motivi per cui ha deciso di concentrare il suo lavoro di ricercatore nell’area della fisiatria a favore del paziente fragile?

La mia passione per la Fisiatria. Il paziente fisiatrico è spesso un paziente con fragilità fisica, psicologica e sociale. Non per forza si tratta di soggetti anziani o addirittura di grandi anziani. Si tratta di persone –anche giovani- che in alcuni casi vedono sconvolte le loro vite da malattie che possono lasciare disabilità così importanti da obbligarli a mettere in discussione la loro qualità di vita e rivedere il loro ruolo nella famiglia. La ricerca in questo ambito è molto stimolante. Da un lato c’è l’analisi dei bisogni e dei disturbi che la malattia provoca e la ricerca di strumenti in grado di misurare aspetti significativi, ma non fisici, quali il dolore, la soddisfazione, la percezione delle abilità e così via. D’altro canto, c’è la ricerca di quei fattori terapeutici che possono essere isolati come davvero utili da proporre all’interno di un percorso di cura, come ad esempio l’esecuzione di un certo programma motorio o l’utilizzo di tecnologie innovative.

Quale sarà secondo lei il beneficio che le sue ricerche potranno portare ai pazienti fragili e ai loro familiari?

In questo momento partecipo a diversi gruppi di ricerca ma tre sono quelli che più sono dedicati al paziente fragile. Il primo è incentrato su uno studio multicentrico finanziato dalla FISM, Fondazione Italiana Sclerosi Multipla, mirato alla valutazione dell’efficacia di una terapia strumentale, la stimolazione elettrica neuromuscolare (NEMS), nel trattamento della disfagia nel paziente affetto da Sclerosi Multipla. Si tratta di una terapia facilmente praticabile e che già si utilizza in altre patologie neurologiche come nella riabilitazione dell’ictus. Un altro studio multicentrico si pone l’obiettivo di studiare gli eventuali benefici della riabilitazione robotica dell’arto superiore nel paziente post-ictus. Il robot che stiamo studiando consente di poter fare esercitare il paziente con stimoli cognitivi con un minimo impegno di personale sanitario e quindi in modo sostenibile. Il terzo è uno studio che si pone l’obiettivo di verificare se addestrare i pazienti a camminare su un percorso curvilineo standardizzato (più simile al cammino quotidiano che prevede frequenti cambi di direzione) è più favorevole di un training su percorso rettilineo (più tipico delle palestre riabilitative). Una parte di questo lavoro è anche validare un nuovo test sviluppato per valutare l’equilibrio e quindi il rischio di caduta nei pazienti con malattia di Parkinson o postumi di ictus e di frattura del femore.

Quali sono le sfide oggi per i ricercatori? E quali nella ricerca sui pazienti fragili? Cosa è noto e cosa manca nell’ambito della ricerca sul paziente fragile?

Le sfide per i ricercatori sono tante, soprattutto in questo periodo di emergenza sanitaria dovuta all’epidemia da Covid-19. Attualmente la maggior parte degli studi di ricerca in ambito riabilitativo sono sospesi per evitare ulteriori rischi di contagio. Il paziente definito comunemente fragile spesso è affetto da più patologie che incrementano il rischio che il contagio da Covid-19 possa manifestarsi in forma grave. Quando riprenderanno le attività sanitarie quotidiane dovranno essere riviste sicuramente alcune procedure di esecuzione degli interventi riabilitativi, effettuati anche per scopi di ricerca, al fine di poter garantire il distanziamento sociale, la sanificazione degli ambienti e la gestione dei dispositivi di protezione individuali.

Parlando di finanziamento della ricerca scientifica, i fondi che ha a disposizione quanto e in che modo sono sufficienti per i suoi progetti di ricerca? Quali sono le possibili soluzioni alla mancanza di fondi?

Accedere ai fondi di finanziamento non è cosa per nulla facile – data la natura competitiva del mondo della ricerca e il numero sempre maggiore di competitor – e gli Istituti Clinici Scientifici Maugeri di sono organizzati per implementare una moderna organizzazione di esperti di ricerca per segnalare nuovi grant, supportare i ricercatori nella stesura della documentazione e fornire assistenza sulle complesse procedure da seguire. Per quanto riguarda la mia esperienza non ho mai sofferto di carenze di fondi per poter fare le ricerche delle quali mi sono occupato sinora. Nel mio settore, quello della Fisiatria, le aziende farmaceutiche non investono molto perché le cure che proponiamo si basano spesso su terapie non farmacologiche. Anche il settore del biomedicale o quello della protesica non hanno molte capacità di investimento in protocolli di valutazione dei rispettivi prodotti commerciali. Per questo siamo abituati a fare ricerca con pochi mezzi economici ma con tanto entusiasmo. Questo non significa che non abbiamo bisogno di finanziamento che cerchiamo di ottenere facendo networking con importanti centri di ricerca come quelli universitari.

Nella sua opinione, clinici, operatori sanitari ed istituzioni quanto sono consapevoli delle criticità legate alla gestione della fragilità clinica? Per valutarne l’impatto socio-economico quali sono gli ulteriori studi da svolgere?

Io credo che sia sempre più forte la consapevolezza delle criticità legate alla gestione della fragilità clinica. Clinici, operatori sanitari e istituzioni devono affrontare ogni giorno il problema della fragilità, che spesso porta il cognome e nome di persone degenti nelle nostre strutture, afferenti ai nostri ambulatori o obbligati ad essere confinati al domicilio, sia esso la casa o una residenza protetta. Pe questo clinici, operatori sanitari e istituzioni lavorano sinergicamente in rete per dar loro protezione e dignità. Purtroppo, la congiuntura economica attuale incrementa il rischio di fragilità. Aumentano i nuovi poveri e il distanziamento non favorisce la vicinanza che porta con sé la capacità di assistenza da parte delle comunità. Inoltre, la chiusura delle attività ambulatoriali e il blocco dei ricoveri non urgenti crea indubbiamente un incremento di bisogno sanitario con il quale a breve dovremo fare i conti. Sarà fondamentale che le istituzioni -ai diversi livelli- riescano ad ascoltare i bisogni delle persone fragili per mettere in atto efficaci misure di sostegno e di lotta alla fragilità fisica, psicologica e sociale.